Appalachian Trail: un sentiero a prova di nonna che insegue un sogno soltanto suo - AttrezzaturaTrekking.it
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Scritto da Daniela

Appalachian Trail: un sentiero a prova di nonna che insegue un sogno soltanto suo

“Era alta meno di un metro e sessanta, pesava quasi settanta chili e fino a quel momento il suo unico corso di sopravvivenza erano state le lunghe giornate passate a sgobbare in fattoria”. Non ci vuole un fisico da atleta per camminare. Ma il nostro immaginario si aspetterebbe un fisico di atleta per percorrere a piedi l’Appalachian Trail, un sentiero di oltre 3.300 chilometri che, toccando vette montane di tutto rispetto, affrontando un dislivello totale in salita di 142.000 metri, attraversando 14 Stati e corsi d’acqua a volte proibitivi, costeggia il versante orientale degli Stati Uniti dalla Georgia al Maine. Emma Caldwell, sposata Gatewood, non si pone questo dilemma. Semplicemente, un giorno di primavera del 1955, senza preavviso, lo inizia, e non smetterà se non alla fine, a Mount Katadhin.

E’ la storia fantastica e assolutamente reale ben raccontata da Ben Montgomery inLa signora degli Appalachi. Grandma Gatewood, in solitaria lungo il sentiero più famoso d’America, pubblicato da Terre di Mezzo Edizioni con la traduzione di Gioia Sartori e una guida al percorso curata da Ilaria Canali. La vicenda personale di questa donna silenziosa e determinata si intreccia alle vicende di questo lungo percorso, creato tra montagne di un miliardo di anni, boschi e terreni dove alle popolazioni indigene dei Cherokee si sono succeduti coloni irlandesi, inglesi e scozzesi, prima dediti all’agricoltura e poi all’attività estrattiva. Fu Benton MacKaye, nel 1921, a immaginare di unificare gli antichi percorsi spezzettati e a questo scopo fondò la Appalachian Trail Conference, coinvolgendo associazioni escursionistiche, avvocati e tutti coloro che avrebbero potuto contribuire. Nasce così, nel 1937, l’Appalachian Trail, un percorso nella natura per tutti coloro che affollavano la costa atlantica.  

Ma è solo più di 10 anni dopo che Emma viene a sapere per la prima volta di questo sentiero leggendo, nella sala d’attesa di uno studio medico, un numero del 1949 del National Geographic. In quel momento, inizia un sogno soltanto suo.   

La sua vita, fino ad allora, è stata tutt’altro che comoda. Sposata con un uomo che, dopo un corteggiamento dolcemente ingannevole, si rivela violento e opportunista, è costretta a cambiare spesso casa e, talvolta, Stato, riambientandosi ogni volta e, ogni volta, lavorando duramente. Mette al mondo 11 figli, dai quali arriveranno 23 nipoti, e cerca di tenere la casa aperta ai loro amici e alle persone che ne hanno bisogno. Talvolta è lei che ha bisogno di scappare, e nei momenti peggiori va con i figli nei boschi a cercare sollievo dalle botte del marito.   

Il sentiero dei suoi sogni, nel frattempo, era stato, a tratti, abbandonato o scarsamente mantenuto. “11 anni dopo il completamento del progetto – scrive Montgomery – intere sezioni del sentiero sembravano abbandonate, cadute nell’oblio”. Ma lei non lo sa e quando arriva il momento, il momento giusto per lei, si mette in cammino. Parte dalla Georgia, in un posto vicino Atlanta, Springer Mountain, e attraversa 14 Stati, da Sud a Nord, fino al Mount Katahdin, la cima più impervia. Il primo passo sull’Appalachian Trail è il 3 maggio 1955 ma la sua avventura è cominciata ancora prima: è già lontana da casa 800 chilometri, percorsi in bus e aereo senza avvertire nessuno. Si era allenata a camminare gradualmente, arrivando a fare 16 chilometri al giorno, ed aveva messo da parte, dall’anno prima, tutto ciò che riusciva a risparmiare da uno stipendio di 25 dollari a settimana. Il suo equipaggiamento: scarpe di tela, sacca di jeans cucita da lei, una tenda da doccia per ripararsi dalla pioggia. La sua ricompensa immediata: “una meravigliosa distesa di olmi, castagni, tsughe, cornioli, pecci, abeti, sorbi e aceri da zucchero. Avrebbe visto ruscelli cristallini, fiumi impetuosi e panorami che le avrebbero tolto il fiato”.  

In un percorso come questo può succedere di tutto, ma Emma dopo la vita di botte col marito non ha paura dei fantasmi e tantomeno della possibilità di incontrare orsi o serpenti. Non ha bussola né mappe, talvolta si perde, si fa aiutare, non fa scorciatoie (se non per 3 chilometri davvero impraticabili) e vive ogni giorno come viene. Se è vicina ad un’abitazione chiede ospitalità, quando può si concede un alberghetto e una doccia ma quando serve, e serve spesso, dorme su mucchi di foglie, nel bosco, o su cuscini di muschio. Pochi di noi lo farebbero, pur conoscendo la bellezza profonda e irripetibile di una notte sotto le stelle.

Con una serenità che ci lascia di stucco, affronta migliaia di chilometri totalmente priva di attrezzatura, e non si tratta di un percorso in pianura ma, a tratti, di un impegnativo trekking, nel quale scala cime, alcune delle quali impervie anche se non altissime. Lei che, comunque di pochi mezzi, accoglieva nella sua casa in Ohio le persone messe in ginocchio dalla crisi economica, ora accettava l’ospitalità della comunità che man mano si stava sviluppando lungo il tragitto, anche in case popolate da sette figli maschi. I suoi 3300 chilometri sono fatti anche da una cena, un tetto per la notte o un semplice bicchier d’acqua ricevuti da persone che non ha mai visto prima, che probabilmente non vedrà mai più e alle quali racconta in modo essenziale cosa sta facendo. Man mano che percorre chilometri la sua storia si diffonde e attira attenzione. Fino ad allora si contavano sulle dita di una mano le persone che avevano percorso tutto l’Appalachian Trail, ed erano tutti uomini. Il suo essere donna, e non giovane, attira l’attenzione e diversi giornalisti, lungo il percorso, la cercano per intervistarla.

E’ solo allora, dopo 48 giorni, che si decide a farsi sentire con i figli, mandando una cartolina. Dopo tanti anni di dedizione, vive la libertà totale di non far nemmeno sapere dove si trova, ma ha lavorato bene, perché i figli non si preoccupano, non la sottovalutano, sono certi che sappia quello che fa. Ed è vero. Emma stupisce e disarma perché è convinta di non stare facendo nulla di eccezionale: “Dopo aver cambiato pannolini per vent’anni e aver visto i miei figli crescere e prendere la loro strada, ho deciso di fare una passeggiata: quella che avevo sempre desiderato fare”, dichiara all’United Press. Quasi infastidita dalla notorietà crescente, riprende appena può il cammino in solitaria nei boschi, di cui trascrive in un taccuino annotazioni su cose essenziali, come aver finito l’acqua. E, fedele allo stile che l’ha contraddistinta per tutta l’avventura, indossa scarpe di tela e una giacca da uomo quando raggiunge la meta del suo sogno, Mount Katadhin.  

Da allora Emma ha percorso altre volte l’Appalachian Trail e ha cambiato vita ma non stile: “sto bene e mi sto godendo la mia giovane vita” scrive alla figlia nel 1957 (a 70 anni). “Quest’anno ho percorso 1200 chilometri e ho consumato due paia di scarpe da tennis”, scrive un paio d’anni dopo. E’ anche grazie a lei se il Sentiero degli Appalachi oggi è frequentato da oltre 3 milioni di camminatori ogni anno, 4000 dei quali provano a farlo integralmente, Nel tempo è stato ampliato e oggi supera i 3.500 km, attraversa otto diverse foreste nazionali, sei Parchi nazionali, moltissimi parchi statali, foreste, aree di caccia, riserve indiane. Chi volesse percorrerlo può utilizzare le informazioni dell’Appalachian Trail Conservancy sintetizzate da Ilaria Canali, founder della Rete nazionale delle Donne in Cammino, nella parte conclusiva del volume, che ben descrive i passaggi in tutti i 14 Stati e offre indicazioni essenziali per affrontare il percorso. 

Questo lietissimo finale, annotazione del tutto personale, ci piacerebbe ancora di più se Emma, universalmente nota come GrandMa Gatewood, fosse conosciuta con il suo cognome e non con quello del marito, che le ha fatto vivere decenni violenti e nulla ha avuto a che fare con la sua impresa. Ma probabilmente lei, donna di sostanza, non ci ha fatto neanche caso. Con la sua storia, Emma fa molto di più che dimostrare al mondo che anche una signora di quasi 70 anni, con poca esperienza e nessun equipaggiamento tecnico, può percorrere 3300 chilometri affrontando la natura selvaggia. La sua vicenda è la prova che, a dispetto delle condizioni, non è mai troppo tardi per diventare pienamente se stessi.

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Daniela
Daniela

Vivo a Roma e in Trentino. Giornalista professionista, appassionata di outdoor, scrivo prevalentemente sulle tematiche legate alla montagna, al trekking e ai cammini. Mi piace condividere le meraviglie che incontro, e per questo collaboro all’organizzazione di trekking in posti poco conosciuti, dal Molise all’Australia.
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