A piedi sul Pacific Crest Trail: 4.000 km di Natura e Bellezza - AttrezzaturaTrekking.it
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Scritto da Daniela

A piedi sul Pacific Crest Trail: 4.000 km di Natura e Bellezza

Volete scoprire un luogo inedito e avventuroso per le vostre vacanze a piedi, progettare un’avventura fuori dagli schemi o, in prospettiva, guardare ancora più lontano? Leggete “Il confine è più in là. Cambiare vita passo dopo passo”, edito da AltrEconomia e scritto da Elettra Pistoni. Gli spunti sono persino troppi. Elettra racconta il suo viaggio in cammino sul versante occidentale degli Stati Uniti e, parallelamente, l’inizio di un cambiamento di vita. Le sue pagine sono un’ottima ispirazione per chi cerca percorsi fuori dalle rotte turistiche, pur famosi nel mondo, e nuovi stimoli.

Come Emma Caldwell Gatewood ha percorso i 3300 chilometri dell’Appalachian Trail sul versante est, lasciando da un giorno all’altro una famiglia che aveva accudito amorevolmente per decenni, la ex web designer romana ha lasciato il suo lavoro e il suo mondo a 40 anni per mettersi in cammino, per 4.000 chilometri, sul Pacific Crest Trail, affrontando imprevisti e scomodità di ogni genere. E immergendosi in paesaggi di assoluta bellezza.

Il Pacific Crest Trail (il Sentiero delle creste del Pacifico o PCT) si presta certamente, e con molte attrattive, ad un trekking di medio impegno come ad un viaggio avventuroso a lungo termine. Il percorso si snoda lungo la porzione più alta delle catene montuose della Sierra Nevada e delle Cascate, dal confine con il Messico fino al confine con il Canada, e trova il suo punto più alto a quota 4009, sul Forester Pass. Elettra Pistoni, camminando al ritmo di anche 60 chilometri al giorno, ci ha messo 6 mesi per percorrerlo quasi tutto, ma come tutti i grandi tracciati gli avventurosi sono liberi di iniziarlo e finirlo in qualsiasi punto, magari per riprenderlo l’anno successivo. Chi dovesse trovarsi sul posto può anche assaggiarne un tratto nello spazio di un week end, o chi avesse due mesi a disposizione da trascorrere negli States può riservare una settimana per il Pacific, scegliendo una tra le innumerevoli tratte.

L’abilità della Pistoni nel descrivere la varietà di paesaggi, dal deserto californiano ai boschi infiniti dell’Oregon alle montagne innevate dello Stato di Washington, basta da sola a far venir voglia di preparare lo zaino. “Mi trovo nella Emigrant Wilderness – racconta Elettra – un’area impreziosita da una palette di colori incredibile: le rosse creste di terra vulcanica, il verde della vegetazione a valle, il blu dei laghi e del cielo, il giallo dei licheni che pigmentano il nero delle rocce e il bianco intenso della neve”. O a Donohue Pass: “l’aria è talmente limpida che ho l’impressione che mi sia migliorata la vista. In basso c’è una valle boscosa che mi sembra infinita, macchiata dalle ombre di piccole nuvole che punteggiano il cielo e tagliata da un fiume che scorre verso verdi radure erbose.
In fondo, all’orizzonte, svettano altre creste con sporadiche chiazze di neve. Scendo fin dove comincia quell’estesa pianura che osservavo dall’alto”.

Ma per immergersi, come fa lei, in questi paesaggi scolpiti da antiche eruzioni e ghiacciai millenari nello zaino bisogna mettere di tutto, dalla canottiera al piumino. Perché, sia detto chiaramente, non è un viaggio a piedi per tutti. I dislivelli sono notevoli, i cambiamenti climatici rilevanti, le escursioni termiche mettono a dura prova i migliori equipaggiamenti, le sistemazioni non sono sempre confortevoli e le zanzare oltrepassano ogni indumento. Nel deserto del Mojave, racconta ancora Elettra Pistoni, ci sono tratti che di norma vengono percorsi di notte per evitare il caldo, esattamente come nel Grand Canyon si parte prima dell’alba se si vogliono fare percorsi di un certo impegno, ma che lei attraversa in pieno giorno con la giacca a vento addosso. E non è sempre facile, dopo decine di chilometri di cammino, trovare un buon posto per montare la tenda. Peggio ancora è concedersi, ogni tanto, un alberghetto per scoprire che l’agognato letto è infestato dalle cimici. Ma basta ritrovarsi in una distesa di conifere perché tutto valga la pena: “questa tonalità color verde bottiglia ha da sempre il potere ipnotico sulla mia mente, mi precipita velocemente in uno stato d’animo di profonda serenità e pace assoluta”.

Chi cammina sa che la scomodità, in genere, è direttamente proporzionale alla intensità di emozioni che i luoghi ci possono dare. E di luoghi scomodi il Pacific Crest Trail ne riserva parecchi. Ma offre anche incredibili bellezze e una rete di Trail Angels che dovrebbe essere copiata ed adottata nei sentieri di ogni ordine e grado. Grazie a loro, tutti volontari, non solo i sentieri vengono ottimamente mantenuti ma i viaggiatori a piedi trovano assistenza in ogni circostanza e un contatto autentico con la popolazione locale. E dove non arriva la rete di solidarietà che si crea spontaneamente tra i camminatori e/o gli ospitanti ci pensa il sentiero stesso: “the trail provides”, è la risposta che si impara a darsi in caso di dubbi o nella prospettiva di una difficoltà.

L’aspetto del contatto umano è l’azionista al cinquanta per cento dell’esperienza del Pacific Trail, dove ogni camminatore viene battezzato con un soprannome e ogni Trail Angel o ogni gestore di ostello o negozio nasconde, nella sua rudezza, un mondo umano da scoprire, e ha perso meno di altri la capacità di realizzare con le proprie mani quanto gli è necessario, dai muri di una casa alla mungitura del bestiame. Ogni tappa vuol dire ritrovare persone conosciute giorni prima o incontrarne di nuove che potranno diventare amici da andare a trovare a Parigi mesi dopo o compagni di passi per poche decine di chilometri. “E’ stato divertente ed emozionante incrociarci sul sentiero, scambiarci lo sguardo incredulo di un incontro inatteso, raccontarci un mese in pochi minuti: le donne sono dimagrite, agli uomini è cresciuta la barba e hanno tutti un aspetto più selvaggio, sono diventati tutti più belli”.

Sono più belli perché questa totale immersione nella natura e in rapporti interpersonali totalmente destrutturati fa parte del trovarsi. Del rifocalizzare il confine tra i margini stabiliti dai sistemi in cui viviamo e quelli in cui riconosciamo noi stessi. “E’ divertente – osserva Elettra descrivendo un tratto molto innevato – uscire fuori traccia, cercare una via tra le rocce e la vegetazione, percepire di avere un ruolo più attivo e constatare che esistono altre strade, persino migliori, di quella più battuta”. Ed è forse questa la traccia più marcata di questo libro e di questa storia, e magari di ogni singola giornata che trascorriamo a camminare o a fare trekking nella natura, in bilico tra la voglia di andare da soli e quella di condividere l’avventura, tra la sicurezza del percorso segnato e l’attrattiva non sempre consigliabile del “fuori pista”. Nei boschi come nella vita.

Se Elettra Pistoni è di ispirazione, tutto quello che serve sapere per progettare un viaggio sul Pacific Crest Trail, lungo o corto che sia, si trova sul sito della Pacific Trail Association www.ptca.org, dove ci sono tutte le informazioni possibili, dai punti di rifornimento acqua agli eventuali servizi di trasporto bagagli. E se l’appetito vien camminando, ricordate che insieme al già citato Sentiero degli Appalachi e al Continental Divide Trail il Pacific Crest Trail forma la cosiddetta Tripla corona dell’escursionismo degli Stati Uniti d’America, ossia la terna dei più famosi sentieri escursionistici, tra i quali è quello più occidentale e il secondo in ordine di lunghezza. Gli escursionisti che lo completano sono chiamati thru-hikers. Pensateci!


Daniela
Daniela

Vivo a Roma e in Trentino. Giornalista professionista, appassionata di outdoor, scrivo prevalentemente sulle tematiche legate alla montagna, al trekking e ai cammini. Mi piace condividere le meraviglie che incontro, e per questo collaboro all’organizzazione di trekking in posti poco conosciuti, dal Molise all’Australia.
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